- Titolare - Fatturato e redditività sono ai minimi: ormai è diventata solo una guerra dei prezzi al ribasso;
- Io - Cosa stai cambiando per innovare?
- Titolare - Cambiare?!? Ma sei matto? Io non voglio cambiare niente!
- Io - Allora lascia tutto così e starai a vedere cosa succede…
Stipendi, servizi pubblici, fallimenti, ricchezza pro capite e potere di acquisto, mostrano tutti dati preoccupanti. La causa è solamente una: il basso tasso di innovazione.
LE 20 CAUSE CHE LIMITANO L’INNOVAZIONE
Premessona: l’innovazione NON è tecnologica. Viene promossa la tecnologia come unica strada dell’innovazione perché i venditori di tecnologie hanno un ottimo processo di marketing. Ma l’innovazione tocca tutti gli elementi del modello di business e non solo le risorse come ci viene propinato.
Tolta la nebbia fitta, passiamo alle cause che limitano l’innovazione in Italia:
1) Sindrome del Gattopardo
Sfruttare i piccoli ritocchi estetici come segnali di innovazione, ma lasciare il modello di business identico a 20 anni fa. La Sindrome del Gattopardo viene adottata principalmente per effettuare azioni di marketing sull’attuale business, ma senza un vero cambiamento del prodotto/servizio o del modello aziendale.
Cambia “abito”, ma non la sostanza.
2) Forte attaccamento allo status quo
Il 45% delle aziende italiane ha come nome della ditta il cognome del fondatore. Il motivo non è “deve essere così”: Steve non fa Apple di cognome.
Impero romano, Stato Pontificio ed etnia. Apparentemente tre aspetti sconnessi tra loro, ma che invece sono uniti da un elemento fondante nella cultura del paese: lo status quo.
Il 95% delle aziende italiane è composto da mPMI create dal fondatore spesso ancora in azienda o con i propri figli al comando. Questo caratterizza la gestione a una leadership spesso autoritaria, accentratrice e con forti bisogni di controllo.
I dententori dell’egemonia hanno solamente un timore: i cambiamenti.
3) Cultura imprenditoriale reattiva invece che proattiva
Buona parte delle aziende italiane è nata nel boom economico degli anni ‘60-’80, spinte dal mercato. Non era necessario innovare perché la domanda era trainata dai consumi. Era tutto da fare.
Bastava “collettare gli ordini” e consegnare.
Questo ha portato la progettazione della gestione ad un approccio reattivo invece che proattivo. Nell’attuale contesto VUCA e commodizzato, molte aziende subiscono passivamente il mercato nella speranza che torni il Messia.
Il Messia non tornerà mai più: è già tanto che sia venuto una volta!
4) Ottimi sfruttatori, ma scarsi esploratori
Gran parte degli imprenditori ha forti capacità di gestione operativa per sfruttare l’attuale potenziale dell’azienda, ma limitate capacità di crearne di nuovi.
È come una miniera: bravissimi a scavare per trovare l’oro all’interno (finché ce ne sarà ancora), ma limitata capacità a trovare nuove miniere.
5) Limitata cultura dell’umiltà
La Svezia è uno dei paesi con gli indici di umiltà e supporto reciproco più elevati del mondo, mentre l’Italia è agli ultimi posti.
Questo limite culturale di “so tutto io e voi non sapete un ca**o” non permette ingerenze esterne, quindi le informazioni e le capacità di innovazioni sono limitate al recinto perimetrale dell’azienda.
6) Eccessivo divario tra aspettative del mercato e prestazioni dell’azienda
L’energia di procrastinazione è molte volte superiore all’energia necessaria per innovare.
Molti imprenditori avrebbero anche la volontà di innovare, ma spesso il divario tra la produttività ed efficacia dei processi è così elevata rispetto alle esigenze del mercato che l’energia per cambiare è inferiore a quella necessaria.
Quindi, viene lasciato tutto così come è.
7) Evitare le misurazioni per non mettere in dubbio la propria gestione
“Ma se mettiamo nero su bianco le nostre prestazioni, così tutti vedranno quanto siamo scarsi”. Questa affermazione mi è stata detta da un direttore commerciale.
Ciò che è visibile può essere migliorato. Ciò che non è visibile no. Anzi, ancora meglio: non esiste.
8) Preferire metodi di gestione soggettivi invece che oggettivi
Per stare in Europa non basta cambiare la moneta. Bisogna cambiare la testa. L’Italia non può più permettersi la gestione improvvisata, familiare, protetta dal mercato interno. Servono disciplina, trasparenza, responsabilità e capacità di competere con i migliori. Solo così possiamo giocare alla pari nel mercato europeo e globale. (cit. S. Marchionne)
La gestione aziendale si riassume in una cosa sola: disciplina. Un processo standardizzato segue regole precise e ripetitive: non è possibile fare diversamente in base all’umore, le emozioni e come si è svegliato oggi l’imprenditore.
Molti imprenditori preferiscono mantenere una gestione anarchica e soggettiva invece di un approccio oggettivo e scalabile, ma delegato.
9) Gran parte del tempo è speso nell’operatività
Guasti, pancali da spostare, camion da caricare, ritardi, reclami, attrezzaggi delle macchine. Se questi sono i tuoi principali problemi quotidiani, significa che nessuno sta progettando il futuro dell’azienda.
Investire il proprio tempo nelle emergenze e operatività non permette di dirigerlo verso attività molto più strategiche: come l’innovazione.
10) Limitate competenze di intelligenza finanziaria
Stai per investire 50k€: stai pensando ai 50k€ che dovrai sborsare o al ritorno sull’investimento che riusciranno a generare? La cultura italiana è focalizzata sul lavoro dipendente (si, anche per gli imprenditori), quindi gli attivi vengono percepiti come statici, mentre l’unica variabile di modulazione è composta dai costi.
L’approccio imprenditoriale è opposto: spendo X oggi per guadagnare Y domani (dove Y>>X).
Abbiamo poi un altro problema: viste le limitate competenze finanziarie, molti imprenditori delegano la gestione economico-finanziaria al commercialista. Una delle peggiori scelte possibili, visto che l’aspetto economico è strettamente correlato alle decisioni operative prese oggi per il domani (e il commercialista non ne ha un’idea).
11) Presenza di uno o più soci anziani
L’Italia è il secondo paese più anziano del mondo dopo il Giappone. La limitata aspettativa di vita residua porta il cervello umano a una sola strategia: la difesa.
Un approccio conservativo tende ad accumulare le risorse e non reinvestirle, in quanto i frutti del potenziale investimento non verrebbero visti, quindi tanto vale non farli affatto.
Molti soci anziani (spesso fondatori) sono ancora presenti all’interno delle aziende e sebbene possano esserci dei figli successori, la gestione rimane sotto l’egemonia dell’anziano, il quale sarà sempre (per sua natura biologica) conservativo e restio all’innovazione.
12) Cultura conservatrice e bassa propensione al rischio
In Italia ci sono 1360 miliardi di euro fermi nei conti correnti. Non generano utili: anzi, vengono erosi dall’inflazione e dai costi delle banche.
Questo punto, unito al punto 10, testimonia un approccio conservativo e di bassa propensione al rischio. Senza accettare una percentuale anche minima di rischio, è impossibile innovare.
13) Scarsa visione a lungo termine
“Meglio l’uovo oggi o la gallina domani?”
Nel 99% dei casi ti verrà risposto l’uovo. La visione a breve termine si è ulteriormente accorciata negli ultimi decenni a causa della frammentazione causata dalle tecnologie di intrattenimento (video, feed, smartphone in generale), i continui cambiamenti nel mondo e una cultura consumistica di novità continue.
Questo approccio mentale è focalizzato sulla soddisfazione immediata, invece che sulla costruzione duratura di qualcosa nel futuro.
Questo aspetto è inoltre aggravato dalla scarsa qualità della politica italiana, frammentata e senza un piano strategico industriale. Basti pensare che nel periodo di governo del Presidente Vladimir Putin in Russia, sono passati 12 Presidenti del Consiglio in Italia (e chissà quanti altri ne dovranno ancora cambiare).
Discontinuità e piani a lungo termine non vanno d’accordo.
14) Analfabetismo funzionale e bassa scolarizzazione
Se stai leggendo questa frase, molto probabilmente non sei affetto da analfabetismo funzionale.
In Italia il 35% degli adulti è un analfabeta funzionale. Gli analfabeti funzionali sono in grado di comprendere solamente i titoli di un articolo, le immagini e poco altro. Inoltre, prediligono contenuti leggeri e frivoli: statisticamente, non atterreranno mai in questo articolo.
L’Italia ha inoltre un altro gap sulle competenze: il 70-75% dei manager italiani ha una laurea rispetto la Svezia che detiene il podio con l’85-90% di manager laureati. Mettiamoci poi il penultimo posto per lettura di libri pro capite e limitati investimenti in formazione del personale.
Minori sono le capacità cognitive e le competenze, minore è la capacità di innovare.
15) Mancanza di coraggio
Rispetto agli anni ‘60-’80, con imprenditori della taratura di Del Vecchio, Ferrari, Barilla, Ferrero, ecc., l’attuale periodo storico non presenta leader visionari e autorevoli.
Buona parte degli imprenditori si limita a gestire l’azienda per il business già in corso (“sfruttatori”, come visto nel punto 4), ma senza trovare il coraggio di progettare il futuro.
È inoltre molto diffuso l’Effetto Florida (demotivazione cronica), principalmente causata dalla Sindrome del tutto bene, sempre a causa del passato boom economico che mantiene il pensiero nei gloriosi lustri passati.
16) Limitata fiducia nelle capacità di realizzazione delle innovazioni concordate
In altri articoli abbiamo già discusso delle ridotte capacità esecutive che caratterizzano molte aziende moderne: per approfondimenti, trovi qui l’articolo completo Perché i TEMPI di REALIZZAZIONE sono diventati INFINITI: 10 cause + soluzione | Programma Socrate®.
L’innovazione è composta da tanti piccoli cambiamenti, quindi azioni. Se la capacità di “portare a casa il risultato” viene meno, i tempi sono infiniti, la qualità scadente e non si sa mai quando verrà messo in servizio il pilota (TtM, Time to Market): anche l’imprenditore più resiliente perde la pazienza.
Ma l’esposizione del capitale investito permane.
17) Sovrastima delle proprie capacità innovative
La bassa fiducia nelle istituzioni e la folta presenza di venditori di fumo come alternative (o fuffa-guru), incanala molti imprenditori nell’Effetto Dunning-Kruger.
Questo effetto è una conseguenza difensiva di chiusura all’inaffidabilità dell’esterno. Il fenomeno causa una percezione della propria realtà molto superiore a quella esterna, sovrastimando le attuali prestazioni innovative e lasciando il modello di business invariato.
Tutto questo presenta però una grande trappola: i professoroni ed “esperti” che ci sono fuori non sono tuoi clienti. Comparare le proprie capacità con le parti interessate sbagliate porta nella strada sbagliata.
18) Ridotta fiducia nel capitale sociale
Il capitale sociale costituisce il mezzo fondamentale per innovare. Più persone sono, meglio è.
Aziende con leader accentratori, attenzione al controllo, bassa delega, ridotto numero di manager, elevato turnover e micromanagement, sono segnali di bassa fiducia nei propri dipendenti.
Peggiore è la qualità del capitale sociale e la sua fiducia con l’azienda, minore è la capacità di innovazione.
19) L’immateriale è percepito inutile
Il processo di innovazione è immateriale. Se la nuova macchina del taglio laser con il nesting automatico dal disegno inviato via e-mail dal cliente è considerato innovazione, stai scambiando il mezzo con il fine.
Il motivo per cui i clienti comprano da te il tuo prodotto/servizio è immateriale, quindi hai bisogno di uno “strumento” immateriale per comprendere quali sono questi motivi.
20) Forte concentrazione alla tecnica del prodotto/servizio, ma non a cosa gli gira attorno
Il prodotto/servizio costituisce una goccia nell’oceano nel modello di business di qualsiasi azienda. Per molti imprenditori è perfettamente l’opposto: il prodotto/servizio costituisce il 100% dell’azienda.
Questo limite non permette di innovare tutto ciò che sta attorno al prodotto/servizio perché gli occhi sono concentrati solo li.
Quando vai a fare il pieno all’automobile, pensi alla composizione della benzina o al distributore più vicino e più economico?
SOLUZIONE
L’innovazione della tua azienda, che sia il prodotto/servizio venduto o qualsiasi altro aspetto del modello di business (pricing, scalabilità, canali, ecc.), può essere sviluppata attraverso un metodo consolidato nel mondo delle startup e nello sviluppo di nuovi business all’interno di aziende già esistenti.
Le paure e criticità evidenziate dall’articolo vengono mitigate attraverso un approccio standardizzato e customizzato al 100% sul modello di business dell’azienda, a prescindere dal prodotto/servizio realizzato, settore, dimensione, area geografica, numero di dipendenti:
- analisi iniziale degli elementi alla base della proposta di valore richiesta dal mercato;
- piccoli prototipi e altri strumenti per effettuare i test pilota sul campo reale;
- misurazioni mirate e adattamento;
- continua innovazione dell’intero modello di business come un vero e proprio nuovo processo dell’azienda.
Non servono investimenti e nuove tecnologie, ma solamente il metodo.
CONCLUSIONI
+0.4%: è il tasso di “crescita” dell’Italia.
+10%: è il tasso medio di fallimenti aziendali ogni anno con derivata in crescita.
30 anni: è il periodo di stallo dei salari in Italia.
-13 miliardi di euro: la riduzione di budget per finanziare la sanità pubblica dal 2023 al 2025.
Tutti questi numeri dipendono dalla stessa causa: limitata innovazione.
Se vuoi continuare a lavorare in Italia e farci lavorare anche i tuoi figli, devi cambiare l’attuale situazione e innescare il processo di innovazione continua nella tua azienda, al fine di generare un continuo flusso stabile (o in crescita) di fatturato e redditività.
Non aspettare il Messia o un altro salvatore esterno: agisci tu e adesso!
